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sabato, Ottobre 16, 2021

Il falso Biologico

Sono 60mila le aziende italiane che operano in regime di Biologico ed il consumo dei prodotti BIO è aumentato notevolmente negli ultimi anni.

Apparentemente sembra una buona notizia perché evidenzia una sempre crescente sensibilità del consumatore verso prodotti realizzati da filiere sostenibili, tuttavia anche in questo caso vale il famoso detto “non è tutto oro quello che luccica”, perché i prodotti certificati Biologici e venduti, soprattutto, nella grande distribuzione organizzata (es. supermercati) non sono sempre così naturali come a volte ci vogliono fare credere.

Comprare biologico vuol dire pagare un prezzo più alto, sia perché produrre un VERO biologico ha costi più elevati, sia perché viene pagata la certificazione Biologica: un’azienda agricola deve pagare un organismo di certificazione che possa certificare il regime di produzione biologica adottato dall’azienda richiedente.

Ma come è prevedibile la maggiore richiesta da parte del mercato di prodotti Bio fa gola a tutti, anche ai produttori meno onesti.

Tra i fatti di cronaca che hanno svelato truffe del “finto biologico” ricordiamo quella del 2016, denunciata anche da Report (Rai 3),  nella quale l’imprenditore Liuzzi di San Paolo di Civitate, ha venduto 10500 tonnellate di grano duro dichiarandolo biologico, nonostante i suoi terreni avessero una capacità produttiva di 50 tonnellate al massimo. Dalla documentazione, infatti, è emerso che l’imprenditore possedeva 11 ettari di terreni, ma al momento della vendita alla cooperativa Tiati, gli ettari diventarono 675 con l’obiettivo di giustificare una produzione superiore alle 10mila tonnellate.

Queste tonnellate di grano sono state poi vendute ai mulini più grandi d’Italia, tra questi Santacroce, Grassi, DeVita e De Matteis.

Per scoprire che il grano venduto e acquistato dai mulini non fosse realmente biologico sarebbe bastato andare a vedere cosa c’era scritto sul certificato di vendita, cosa che gli organismi di certificazione biologica di questi mulini non hanno fatto, in particolare gli enti Ccpb e Bioagricert.

Ccpb certifica il mulino Grassi di Parma, leader mondiale di pasta, il quale aveva comprato 4 mila tonnellate di questo grano non biologico ed una volta acquistato lo aveva mischiato con quello già presente in azienda all’interno dei silos.

La frode è emersa dopo oltre 5 mesi, quando ormai il grano era stato trasformato in pasta ed era già stato venduto in tutta Europa come biologico, nonostante non fosse grano biologico e non se ne conoscesse neanche la provenienza.

 

LE AZIENDE CONTROLLATE SONO PROPRIETARIE DELL’ENTE CHE LI CONTROLLA

Il Mulino Grassi è certificato dall’Ente Ccpb che certifica tutti i marchi più importanti come Orogel, Almaverde, Granarolo, Parmalat, Coop, Naturasì, Alcenero… Sono 160 aziende associate in un consorzio denominato il “Biologico” che è il proprietario di Ccpb, in pratica i controllati sono proprietari dell’Ente che li controlla.

Chi deve vigilare sulla correttezza e imparzialità degli organismi di certificazione è l’ente unico di accreditamento denominato “Accredia”. Nell’inchiesta di Bernardo Iovene per Report è stato chiesto al direttore generale di Accredia, Filippo Trifiletti, come sia possibile che un consorzio di aziende sia proprietario dell’Ente che li controlla?

La risposta di Trifiletti: “Il consorzio in quanto forma giuridica non produce e non immette prodotti sul mercato” quindi non si configura un conflitto di interessi.

E con questo escamotage della forma giuridica di Conosrzio, Orogel, Almaverde, Granarolo, Parmalat, Coop, Naturasì, Alcenero e gli altri si “autocertificano” Biologici con tutto ciò che comporta: prezzi più alti, prodotti venduti come di qualità, ecc.

Il tutto ha discapito dei piccoli produttori artigianali e sostenibili che devono comptere con questi colossi che trovano il modo di certificare come biologici prodotti che di biologico hanno poco o addirittura niente.

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